venerdì 18 gennaio 2013

RACCONTI D'OPERA:
"Il signor Bruschino, una palliata rossiniana"



Florville era appena giunto all’ingresso della villa “Aurea”, situata poco distante la città. Aveva camminato spensieratamente, sotto uno splendido sole primaverile che rinfrancava il cuore e la mente con i suoi raggi già caldi. Ma all’arrivo ben altre sorprese dovevano aspettarlo, rispetto a quanto il giovane ottimato aveva progettato per sé e per il suo futuro.

“Cerco donna Sofia!” – aveva esordito, con aria tronfia e sicura, alla fanciulla che gli aveva aperto il massiccio portone.

“Lei c’è e sta già aspettando qualcuno.” – fu la risposta laconica della giovane serva.

“Eccolo!” – si era mostrato con il petto in fuori Florville, pavoneggiandosi come un gallo fiero, all’ingresso di un ridente pollaio. Indossava una tunica di stoffa rossa, appena acquistata al foro da un vecchio mercante originario della Persia. Era il suo modo di presentarsi “pulcher” e irresistibile agli occhi della giovane Sofia, figlia di Gaudenzio e ormai sua pupilla da diverso tempo.

“Ma non aspetta te, stolto!”

“Come sarebbe a dire…?” – replicò sorpreso Florville, in parte spiazzato per il linguaggio confidenziale con cui la serva si stava rivolgendo a lui.

“Donna Sofia aspetta il signor Bruschino, il suo futuro sposo.”

“Il signor… chi? Il suo futuro… cosa??”

Sorpresa e sbigottimento si erano palesati sul volto di Florville, inattesi quanto una tempesta di neve sulle domus di Roma. Ma la sua reazione fu anticipata dal gesto perentorio dell’ancilla che chiuse bruscamente il portone e rientrò in casa.

Florville, tuttavia, non si perse facilmente d’animo. Aggirò i muri esterni dell’abitazione e giunse nel retro, dove c’era il locale della cucina. “Per aspera ad astra”, si ripeteva continuamente. Qui, appostatosi come un corvo curioso su un ramo, si mise a fissare con cura le finestre del locale in attesa che passasse qualcuno; poi incominciò a fischiare come un volatile vero e proprio, petulante e insistente allo stesso modo. Sulla soglia apparve un uomo con una veste unta di oli e sangue sul petto, e un enorme coltello, affilato come un gladio da battaglia.

“Che diavolo succede, qui?” – fu l’urlo dell’uomo, affacciatosi sull’uscio.

Florville si fece avanti, incurante dell’aspetto minaccioso del cuoco. Alzò la mano per attirare subito l’attenzione.

“Cerco notizie. Ho con me argomenti convincenti.” – ribadì Florville, facendo risuonare nella mano un consistente pugno di monete che aveva appena tirato fuori.

“Spero che siano davvero convincenti.” – rispose prontamente il cuoco, facendo scorrere intenzionalmente la lunga lama lungo il bavero del suo grembiule.

Florville rimase per un momento interdetto ma poi si fece coraggio e avanzò in direzione del corpulento servo della cucina.

“Vorrei avere informazioni su un certo uomo, di nome Bruschino.”

“Capiti a fagiolo, ragazzo. La persona che cerchi è racchiusa nella mia cantina, così impara a non onorare i propri debiti…”

Nel volto di Florville apparve subito un raggiante sorriso.

“E a quanto ammonterebbero i debiti di questo… questo furfante?”

“Il doppio di quelli che hai in mano” – e il cuoco fece un altro giro di lama sulla sua tunica.

“E io te ne do il triplo se tu lo lasci laggiù ancora per un po’!”

“Bene” – disse tuonante il cuoco, senz’alcuna espressione – “Ma voglio subito la pecunia. Non ho tempo da perdere, devo ancora mettere sul fuoco la carne per cena…”.

Florville preso un altro gruzzolo dalla sua bisaccia e lo collocò sulla mano aperta del cuoco, osservando con un certa apprensione i gesti dell’altra mano del servo che impugnava il coltellaccio.

“Bene” – replicò ancora il cuoco, un modello mancato di concisione dialettica nel foro.

“E ci deve stare, il nostro giovane Bruschino” – esitando per un momento, Florville con un gesto del capo indicò la cantina sottostante alla cucina – “fino a quando non verrò a liberarlo io stesso. E nessun altro.”

“Comandi, domine!” – concluse il cuoco, rientrando in casa. Ma nel suo volto era apparso un ghigno di soddisfazione ben più che culinaria.

Poco dopo Florville si presentò nuovamente al portone di villa “Aurea”.

“Ancora tu?” – esordì quasi stizzita la giovane serva di prima.

“Consegna questa al tuo padrone” – ribadì senza esitazione Florville, mentre consegnava una epistula alla serva.

L’ancilla prima guardò la missiva, poi con la stessa aria sorpresa rivolse lo sguardo all’uomo che era per la seconda volta di fronte a lei, sull’ingresso della regale domus, sempre impettito come le prima volta. Florville mostrava in volto una smorfia boriosa, sempre da gallinaccio sulla soglia dell’aia.

 

L’epistula era a firma di Bruschino senior e descriveva al pater familias di casa, Gaudenzio, le generalità fisiche di Bruschino iunior, alias Florville, e pregava il nobile romano di prendersi in casa il giovane e di accettare la sua richiesta di matrimonio con la bella Sofia, figlia di Gaudenzio. In più il testo riportava le scuse di Bruschino senior per non essere potuto venire di persona ma un urgente affare lo aveva allontanato da Roma, in direzione della Lucania per una compravendita di bestiame; ma presto sarebbe rientrato nell’Urbe e si sarebbe anche lui presentato a casa di Gaudenzio, per definire gli ultimi dettagli del matrimonio. Infine, l’epistula chiedeva “gratia” e “pietas” per il giovane Bruschino iunior, bravo ragazzo ma talvolta esuberante, e non sempre facile da sopportare nelle sue stravaganze. Ma Bruschino maior era certo che il suo filius si sarebbe comportato sempre all’altezza di un vir romano, e anche i suoi difetti si sarebbero gradualmente sciolti con il matrimonio, come le nevi ad aprile sui colli piceni. Così terminava lo scriptum.

Naturalmente l’epistula era un falso clamoroso, un artefatto frutto dell’inventiva e della sagacia di Florville, che ora faceva il suo ingresso nella domus di Gaudenzio con tutti gli onori del caso.

“Vieni, adulescens, sei ospite graditissimo nella mia dimora!” – erano le parole di Gaudenzio che faceva strada all’intraprendente ottimato lungo i colonnati del cortile interno. I due giunsero nella sala principale, di fronte al focolare domestico e al cospetto dei Lari della gens di Gaudenzio. Ogni tanto compariva qualche servo per portare bevande e vassoi di frutta fresca e profumata.

“Sono proprio contento che un giovane come te abbia chiesto la mano di mia figlia, un giovane patrizio di una così nobile famiglia romana.”

Florville ora gongolava come non mai, mentre con la mano toccava la bisaccia all’interno della quale c’era la brutta copia della pergamena con la quale aveva scritto l’epistula.

“C’è chi gode di una aulularia, mio ragazzo. E invece io godo perché ho trovato per la mia dolce figliola un ottimo partito, ben più prezioso dello stesso oro!”

Florville rideva, e beveva vino rosso delle pianure etrusche, e mangiava chicchi d’uva proveniente dalle fertili terre sicule. Ma, in realtà, Florville pensava ad altro, alla sua sistemazione, al suo futuro, alla sua bella Sofia. Aveva anche indossato un lungo pilleum, il cappello a cono, per darsi ancora più ritegno. Ma Gaudenzio inizialmente lo aveva squadrato con diffidenza, chissà perché un giovane romano doveva indossare sua sponte un copricapo tipico della servitù; poi, però, le parole di Bruschino senior lo avevano decisamente rallegrato e ora attribuiva quella strana scelta del giovine, con molta probabilità, a una delle sue già descritte stravaganze.

D’un tratto riappare la serva del portone, con un equivoco sorrisetto sulle labbra, ad annunciare l’ingresso in scena di Bruschino senior.

“Caro Gaudenzio, mi sono liberato con anticipo dei miei affari, ed eccomi subito da te!”

Gaudenzio si alzò con prontezza dal triclinio e corse ad abbracciare l’ospite.

“Da quanto tempo, mio caro Bruschino! E che piacere! E anche che combinazione… vedi proprio là tuo figlio?”

Bruschino senior volse lo sguardo in direzione di Florville, il quale aveva assunto l’espressione bovina di un animale prima del macello.

“E quello chi sarebbe??”

“Ma tuo figlio Bruschino, oh mio caro amicus Bruschino!”

“Ma che Bruschino e Bruschino, per Ercole! Quello non è mio figlio!!”

Gaudenzio rimase per un attimo in silenzio, poi disse fra sé e sé: “Questo birbante qui ha cambiato idea e ora s’è inventato questa fabula per non far più sposare suo figlio con Sofia. Il taccagno…! Ma gli gioco ora io un brutto scherzo…”

“Che dici, Bruschino? Non riconosci tuo figlio?”

“Quello non è assolutamente mio figlio!” – replicò stizzito Bruschino senior.

“Ma come? È uguale a te nel viso! Stessi lineamenti, come due menaecmi!”

“Quello uguale a me…? Con quella faccia da agnus rincretinito??”

“Che dici, Bruschino? Trattare così tuo figlio!!”

“Non è mio figlio, ripeto!” – s’irrigidì Bruschino, sempre più offeso. La rabbia oramai stava divampando in lui come la furia di una legione all’assalto.

E mentre i due discutevano così animatamente, Florville se ne stava in un angolino della stanza, rintanato come un pulcino spaventato e la faccia da pesce lesso.

E tutto questo caos richiamò l’attenzione della bella Sofia, che si affacciò sulla scena.

“Per tutti i numi, che cosa succede qua dentro? Che razza di lupercale è questo?”

“Sofia, dolce figlia, vieni qua. Bruschino senior  è impazzito e non vuole riconoscere più il figlio.”

La deliziosa puella si avvicinò al padre, con gli occhi fissi su Bruschino senior. Il padre le si accostò all’orecchio:

“Cave, filiam! Questo qui ci vuole turlupinare…”

“Ma caro Bruschino, che dice mai lei? Un uomo della sua gens, così ammirato e venerato in tutta Roma, che dice di non riconoscere più suo figlio, il sangue del suo sangue!”

“Quello non è mio figlio, per Ercole. E ancora per Ercole!”

E nel frattempo giunse anche il resto della servitù, richiamata dagli strepiti sempre più forti dei due uomini a cui si era aggiunta anche la voce soave ma stridula della giovane Sofia, non meno arrembante del padre.

Florville si accorse anche che la serva, sempre quella disgraziata che gli si era presentata all’inizio, ora lo fissava con dichiarato compiacimento.

“Maledetta femina!”, pensò tra sé – “Ecco chi mi ha lanciato addosso il fascinum[1]…”

Ma poi Florville notò tra la familia della servitù il volto, come sempre rigorosamente inespressivo, del cuoco Filiberto. Florville, allora, lo fissò a lungo per incrociarne gli occhi e, quando questo avvenne, alzò con una mano la sua bisaccia per indicargli da lontano il ricco contenuto di monete.

“Intervieni ora, se ne vuoi altro, brutto barbaro da cucina che non sei altro” – fu il suo pensiero.

Filiberto non era certo uomo di lettere ma non era neanche sciocco come l’asino della favola di Esopo. Per questo, non appena si presentò l’occasione, si fece avanti tra la folla dei servi e prese la parola.

“Perdono, domine Gaudenzio, ma io conosco quest’uomo.”

Gaudenzio, Buschino senior e la bella Sofia si girarono stupefatti verso di lui, mentre tutte le altre parole si erano troncate sulla loro bocca. Fu un improvviso silenzio, come se Giove stesso fosse sceso in persona tra gli homines a dirimere la questione. Sembrava essersi piombato all’improvviso un gelo tra tutte quelle persone, allo stesso modo in cui ce lo presenta Omero nel suo presunto “Inno a Demetra”.

“Quest’uomo qui è il signor Bruschino.” – disse Filiberto, indicando lo spaurito Florville.

 

Poco dopo, la calma era rientrata nella grande domus. Gaudenzio aveva offerto le sue camere per un riposo a tutti gli ospiti, un modo questo per rasserenare gli animi e avere un po’ più di tempo per ragionare sugli eventi: ma ormai Bruschino senior non poteva più tornare indietro e suo filius si sarebbe sposato con la sua Sofia, e per lui da questo matrimonio sarebbero derivati soltanto vantaggi. E tanta pecunia, ovviamente.

Ma Gaudenzio non poteva sapere quello che sarebbe successo di lì a poco. E se lo avesse saputo, ora non si sarebbe sdraiato sul letto della sua camera a riposare e a progettare speranzosamente il suo futuro. Perché, nello stesso momento in cui appoggiava serenamente il proprio caput sul morbido guanciale, in un altro lato della sua spaziosa domus Bruschino senior stava origliando dietro una porta. E stava ascoltando il dialogo, non proprio a bassa voce, tra Filiberto e il suo presunto filius, ovvero Florville. E le parole di Filiberto non erano certo parole di fraternità. Filiberto, in breve, chiedeva ancora più soldi a Florville (trovata una pentola d’oro, si vuole ricavarne quanto più denaro possibile! – sempre per richiamarci all’aulularia), non accontentandosi di quanto sinora promesso dal giovane rampante. E Bruschino senior aveva anche intuito che suo filius, quello vero, era rinchiuso in qualche lurida e sporca cantina, a pagare il fio delle sue promesse non rispettate e dei suoi debiti non sanati. E ben gli stava, pensava il padre, che finalmente godeva di questa punizione al filius, sempre quello vero, che si era comportato come suo solito in un modo che avrebbe fatto ribrezzo agli dei. E quante volte avrebbe voluto punirlo in modo esemplare, e ora l’occasione gli capitava tra le mani, senza che lui, Bruschino senior, avesse fatto niente. Sursum corda! Le cose si stavano mettendo bene per lui. E ora che ci pensava, non avrebbe fatto niente neanche per smascherare l’altro inganno. Anzi, lui stesso avrebbe continuato in quella recita. Gaudenzio voleva suo figlio, quello falso, alias Florville, come marito per la sua bella Sofia, dunque? E lui glielo avrebbe dato volentieri. Peccato che Gaudenzio non sapesse che sua filia avrebbe avuto come sposo quel Florville, figlio di un senatore che era il più grande rivale nella curia romana proprio dello stesso Gaudenzio! Redde rationem!, pensava quindi soddisfatto Bruschino senior, mentre ascoltava dietro la porta le minacce cariche di improperi del villoso Filiberto e la intimorite raccomandazioni di Florville.

E venne così il giorno del matrimonio. Tutto era stato organizzato in pompa magna da Gaudenzio, felice come un mortale al convito dell’Olimpo. E Sofia aveva un sorriso raggiante, perché pregustava le gioie della sua futura vita da matrona. E Florville sorrideva, su quella faccia da minchione con cui si era presentato la prima volta alla porta di Gaudenzio. E Bruschino senior rideva dentro di sé, godendo dell’inganno a cui era sfuggito e del tiro mancino che, a sua volta, aveva tirato a quell’imbroglione di Gaudenzio. E Filiberto osservava dalle stanze della cucina, con un sorriso splendente come la lama del suo coltellaccio lucidato e una mano sul gruzzolo nella tasca della sua veste. E tutti ridevano, mentre decine e decine di ancille erano indaffarate lungo la tavola del sontuoso banchetto.

Quando d’un tratto, alle finestre della domus in mezzo alla folla accorsa a vedere le nozze della filia del senatore Gaudenzio, si intrufolò un giovine dall’aspetto scarmigliato, il viso disorientato.

“Che ti succede, puer? Hai la faccia di uno che è appena evaso di prigione?”, gli disse un agricola, vicino a lui.

“Non sei lontano dalla verità, sono appena sfuggito alle grinfie di un cuoco manigoldo… ma che succede qua dentro, villicus? Perché tutta questa gente qui ad osservare?”

“Ma come, non lo sai? Oggi si sposano la filia del senatore Gaudenzio e quel baldo giovine là, il cui nome è Bruschino”.

“Bruschino, per Ercole! Hai detto… Bruschino?!?”

“Già, il signor Bruschino. Amantes amentes, mio caro puer!”


 
[1] Malocchio

lunedì 24 dicembre 2012

 "NATALE", di Guido Gozzano

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina5
il lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)10
c’è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.

mercoledì 12 dicembre 2012

LA DOPPIA SEGNALAZIONE

Poniamo oggi all'attenzione dei lettori un saggio a firma dello studioso Francisco Rico e la sua presentazione, ad opera di Cesare Segre, sul Corriere della Sera di martedì 11 dicembre. Il libro pone in primo piano la figura del grande scrittore Francesco Petrarca, uno dei padri della nostra letteratura e umanista "ante litteram" per eccellenza; ma il Petrarca che ci presenta Rico è non soltanto l'erudito e infaticabile scopritore di manoscritti e di belle lettere ma l'uomo in carne e ossa, specialmente nei suoi rapporti con i suoi due grandi "antagonisti" del trecento, ovvero Dante e Boccaccio. Tuttavia, se nei confronti del secondo, lo studioso di Valchiusa tenne spesso un atteggiamento di fraterna amicizia ma anche di paternalistico sussiego di chi si considera superiore, è nei confronti del primo che risultano le particolarità più interessanti: tra le righe delle opere di Petrarca e in mezzo ai lacerti della sua coscienza, scritta e riportata dal fitto epistolario, emerge il tratto di una personalità molto critica e caustica, se non forse invidiosa, nei confronti dell'autore della Commedia. Petrarca sarebbe stato dunque alquanto sprezzante nei confronti delle opere dei suoi due grandi antagonisti, predecessore il primo (e, ovviamente, per motivi anagrafici mai conosciuto) e caro amico il secondo; e nei confronti di Dante e Boccaccio, Petrarca fu decisamente scettico, senza reticenze, per quanto riguarda la scelta del volgare a dispetto del più aristocratico e letterario latino, la lingua da lui invece prediletta per la stesura di gran parte delle sue opere. Senza sapere che egli stesso è rimasto celebre nella storia delle lettere proprio per la sua opera "minore", quella che lui considerava come un suo scritto secondario e quasi alla stregua di un personalissimo diario in cui riporre le proprie intimità e gli stati d'animo di un animo innamorato: cioè quel Canzoniere che ci ricorda il suo lungo percorso d'amore per Laura, un'altra delle donne "eterne" della letteratura. Il libro di Rosi ci mostra appunto tutti questi aspetti, con l'aggiunta di dettagli biografici (un "gossip" trecentesco?) che rendono ancora più appetibile il racconto che ci viene presentato, al di là e non soltanto per specialistici di italianistica accademica.


martedì 4 dicembre 2012


LA SEGNALAZIONE: un omaggio a un grande maestro della filosofia.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/12/02/giovanni-reale.html?ref=search

giovedì 1 novembre 2012

Pubblichiamo un racconto dalla pagina facebook delle Cortesie Racconti. Buona lettura!

RACCONTI D'OPERA: "Ciro in Babilonia"

******* REGGIA DI BABILONIA *******
Baldassare tremava. Baldassare tremava e bramava. Perché il potente Ciro stava assediando Babilonia; e perché la sua mente scellerata aveva già escogitato la soluzione per allontanare il temuto rivale. Baldassare si era camuffato da servo persiano insieme ad alcuni suoi fedelissimi soldati. E nel cuore della notte, pur con qualche rischio, era riuscito a penetrare nel campo del suo avversario raggiungendo la tenda della bellissima principessa Amira, moglie di Ciro. Scopo era quella di rapirla e ottenere in tal modo come riscatto la fine dell’assedio di Babilonia. Ma quello che Baldassare non poteva sapere è quale sarebbe stata la sua reazione di fronte alla donna: la fama della bellezza della principessa orientale era giunta sino a Babilonia ma Baldassare non se n’era mai curato perché a lui era sempre interessato il potere e non l’amore; eppure di fronte a quella visione, nel cuore della notte, trovandosi davanti ai propri occhi una donna spaventata e atterrita, avvolta in un lungo scialle nero per coprire la propria intimità, a dispetto di una così brutale invadenza del nemico, Baldassare si innamorò perdutamente. S’innamorò perdutamente e ferocemente. E nello stesso istante in cui la vide, decise in cuor suo che da quel momento in poi Ciro non sarebbe stato più il suo nemico in guerra: ora era diventato soprattutto un rivale in amore e lui, Baldassare, non poteva fare a meno di aver la meglio perché il suo cuore era andato irreversibilmente in fiamme e non c’era modo per spegnere quell’incendio che stava facendo terra bruciata nel suo animo.
Per prima cosa Baldassare ordinò ai suoi soldati di prendere la donna con la forza, fasciandole la bocca con un nastro di stoffa nera per impedirle di urlare e di chiedere aiuto; ma, proprio quando gli uomini armati avevano messo le mani addosso all’inerme regina, ecco irrompere Argene, fedele collaboratrice di Amira e compagna della regina sin dall’infanzia.
“Fèrmati, Baldassare, non compiere un atto indegno del tuo nome!”
“Tu chi sei, serva?”
“Sono Argene, la confidente del cuore di Amira.”
“E come osi dare un ordine a me?”
“Non sto comandando, o valoroso sovrano, ma ti sto supplicando.”
“Bene” – replicò perfidamente Baldassare – “Se tieni tanto alla tua padrona, la seguirai nella prigionia!”. E con sguardo fulmineo ordinò ai suoi soldati di catturare anche l’altra donna.

******* ESTERNO DELLE MURA DI BABILONIA *******
La notizia giunse a Ciro, il Re dei re. Il grande combattente stava decidendo con i suoi uomini come aprirsi un varco attraverso le possenti mura dell’antica città quando giunse un soldato ad annunciare che Amira era sparita e che nella notte erano state viste ombre di uomini in fuga dall’accampamento persiano. Ciro impallidì nel viso, sgranando gli occhi per il terrore di quello che immaginava. E subito dopo gridò: “E mio figlio Cambise?”
“Lui è fortunatamente qui con noi, o sommo imperatore” – gli rispose prontamente il soldato.
Nella tenda calò un profondo silenzio, come se tutti i rumori della sterminata pianura che li circondava fossero stati messi a tacere prima dall’arrivo improvviso di una catastrofe. Ciro scostò i lembi della tenda, scrutando l’orizzonte cremisi del sole nascente: lo sguardo era rivolto verso quegli infiniti paesaggi mentre tutti i suoi uomini attorno a lui aspettavano, attoniti, in attesa di una qualunque sua mossa.
“Fermate la guerra, o miei fedeli combattenti. Questa notte mi devo recare da Baldassare.”

Ciro assunse i panni di un messaggero e si recò, da solo, presso la reggia di Baldassare, presentandosi di fronte alle guardie nemiche camuffato da ambasciatore con urgenti notizie per il re di Babilonia. Gli immensi leoni di pietra che costeggiavano le scale della reggia lo osservavano con sussiego e sguardi altezzosi. Ciro poté presentarsi al cospetto del sovrano, però, solo grazie alla mediazione di Arbace, generale di Baldassare ma segretamente innamorato di Argene, e per questo desideroso della pace.
“Grande Baldassare, il mio sovrano mi manda da te per proporti la pace!” – esordì Ciro, avvolto nella sua umile tunica bianca e il volto ricoperto di cerone bianco.
“Ti ascolto, ambasciatore, ma usa bene le tue parole. Altrimenti ti punirò crudelmente per la tua empietà” – minacciò di tutta risposta Baldassare, assiso nel suo alto trono in cima al baldacchino decorato con fregi accadici.
“Mi manda Ciro, il Grande. Propone a te, o illustre, la fine dell’assedio in cambio della restituzione di sua moglie Amira. La tua clemenza è nota in tutte le terre conosciute e Ciro chiede a te venia” – e, mentre parlava, tirò fuori due meravigliosi smeraldi del colore del Tigri.
“Parli bene, legato. Ma le tue parole sono infide come colui che ti manda. Io non accetto nulla dal tuo re, nessuna proposta né alcun dono. Io non temo il suo esercito e, come potrai vedere, ora ho anche la sua donna con me!” – e con un cenno degli occhi diede un ordine a una delle sue guardie. Questa sparì e subito dopo rientrò, tenendo in catene una donna dai lunghissimi capelli corvini e dalla faccia consumata dalle lacrime.
Ciro sussultò con il cuore in direzione della donna, ma non fece trapelare nessuna emozione. Ma la donna accigliò ancor di più i suoi lineamenti di principessa verso il marito che aveva riconosciuto subito, senza però riuscire a dire alcuna parola né a emettere qualche suono dalle sue labbra ondulate.
“Illustre, la pace può essere di giovamento per entrambi!” – supplicò l’ambasciatore.
Ma Baldassare non mutò espressione, semmai rese ancor più gelido il suo sguardo vitreo che tagliava l’aria sotto il suo lungo copricapo a forma conica e intessuto dei simboli del suo potere.
“A me la pace non porta alcun giovamento, ambasciatore. Perché tutto è in mano mia, anche lui!” – e indicò con la mano un bambino che era rimasto nella penombra e che ora un'altra guardia metteva sotto la luce degli imponenti candelabri regali.
“Cambise!” – urlò Amira, a stento trattenuta dalle catene, il grido quasi soffocato dallo strazio.
Ciro incupì il viso in un angoscioso spasimo di dolore.
“E ora ho anche te!!” – tuonò Baldassare, alzandosi in piedi e fissando il re dei re dall’alto del suo scranno.
Ciro si volse attorno, angosciato, mentre decine di soldati lo stavano accerchiando con le lame luccicanti in mezzo ai fuochi della reggia nemica.

******* PRIGIONE SOTTERRANEA *******
Dunque fia ver che il vincitor di Creso, de’ Lidi il domator di ferri cinto penar debba così?... Misero!...” – latrava dentro di sé il sommo re, con i polsi legati da massicci anelli di metallo agganciati tramite catene agli enormi massi della prigione di Baldassare.
… ahi quanto il destin crudele ti persegue e t’opprime!” – pensava Ciro fissando oltre le inferriate il cielo stellato e luminoso. Ma in lontananza, in un orizzonte arrossato e tuonante, si annunciavano lampi di fiamme che presagivano una tregenda di rombi e sventure, riversanti la loro rabbia sulle lontane alture iraniche.
Ciro pensava al fato, alla volontà divina. Tutto ormai era perduto per lui, come un leone in gabbia incapace di dar sfogo alla sua vendetta. Un alone di morte aleggiava intorno a lui, mentre i fulmini lontani sembravano voler rimarcare la sentenza inesorabile di quel suo destino. Fu allora che Ciro ripensò ai suoi prigionieri, gli Ebrei, quel popolo che lo aveva sempre incuriosito per la sua incrollabile fede nel loro dio, nonostante le tante tragedie che avevano caratterizzato la loro storia. E se gli Ebrei avevano sempre mantenuto la speranza nel loro nume, pur nei momenti più cupi della loro vicenda tragica, perché quello stesso dio non poteva ascoltare ora lui? Sì, proprio lui, Ciro il Grande, si inchinava a un sovrano che riconosceva a lui superiore, il Re dei cieli.
“Oh, Dio d’Israello” – gridò Ciro nella stanza solitaria – “A te rivolgo le mie umili preghiere.”
L’uomo abbassò il capo in segno di rispetto prima di proseguire.
Lo giuro, Nume, che pur ti sento entro il mio cuore, vendicato sarai. Nel giorno istesso ch’io vincerò per te, de’ fidi tuoi sciolti saranno i ceppi e le catene, libero il culto tuo!” – e promise solennemente dentro di sé la liberazione del popolo di Israele.
“Ciro!!”
Il Re dei re si girò di scatto e vide in piedi, sulla soglia della prigione, l’amata consorte.
“Amira!”
“Amore” – disse la donna, correndo tra le braccia del regale marito.
“Amira, Amira, vita mia… respiro delle mia membra, Amira, Amira mia, luce della mia esistenza, Amira…”.
“Ciro, mio sovrano e mio re!”
“Amira, acqua della mia terra, non credevo di poterti più abbracciare… ma come hai fatto a entrare qui?”
“Mi ha aiutato Arbace.”
“Arbace, o clemente guerriero! Se mai il destino rivolgerà su di noi il suo sorriso benevolo, saprò rendergli onore per questa grazia!”
Ma un tuono più forte risuonò cupo di lontano e poco dopo si sentirono passi frenetici lungo gli antichi gradini che conducevano all’oscura prigione, quella stessa prigione che aveva rinchiuso i nemici più acerrimi della civiltà babilonese. Le porte di ferro si aprirono nuovamente con schianto terribile e funesto.
“Ahi, tradimento!!” – gridò Baldassare, circondato da guardie armate e assetate di vendetta.
“Voi, voi due…” – la mano del sovrano di Babilonia indicò con gesto sprezzante i due consorti, strettamente abbracciati e con gli occhi fulminati dal terrore.
Baldassare sentiva il sangue rifluire nel suo corpo come un fiume in piena, la gola avvampata da spirali di rabbia e di gelosia.
“Separateli e imprigionate Ciro per sempre!!!” – gridò, schiumoso in bocca, alle sue guardie.

******* REGGIA DI BALDASSARE *******
Era grande festa nel palazzo del sovrano: principi e principesse, nobili e maggiorenti, tavole colme di cibo e bevande, musiche e arazzi. Così aveva voluto Baldassare. Accanto a lui, nella gran tavolata, sedeva Zambri con espressione compiaciuta. Il principe, fedele sin dalla nascita al suo sovrano, mostrava in volto un ghigno di piacere: guardava dall’altra parte della tavola Amira e Argene che lui aveva costretto a male parole a presenziare al gran banchetto. E così rideva, Zambri, con la sua faccia da ragazzino e l’ambizione smisurata: sognava e pensava un giorno di essere lui il sovrano delle popolazioni della mezzaluna. E rideva accanto a lui Baldassare, nel pieno del suo fulgore e all’apice della sua vittoria. E dietro di lui risplendevano gli arredi sacri del Tempio di Gerusalemme.
Ma d’un tratto un tuono rimbombò con fragore d’inferno. Due finestre si spalancarono, facendo entrare un vento rigido e brutale. E da quella parte si girarono tutti i convitati, spaventati e sorpresi. E fu su quella parte di parete che comparve minacciosamente una scritta, di un abbagliante color giallo contro lo sfondo ocra della muratura: “Mani, Thecel, Phares”.
“Che significa ciò?” – imprecò Baldassare, alzandosi in piedi.
“È l’inizio della tua fine!” – gridò una voce ieratica, dall’alto della possente scalinata regale.
Tutti si voltarono, il sovrano compreso. Le guardie restarono immobili, paralizzate di fronte all’apparizione di un vegliardo austero, con lunga barba canuta. L’uomo, dalla sua postura solenne, alzò un braccio al cielo e strinse con l’altra mano un bastone di legno chiaro.
“È la tua fine, Baldassare. Tua e della tua stirpe! La giusta punizione per aver portato blasfemia al tempio degli Israeliti!”
“Daniello, profeta di sventura! Non penserai proprio che io ti possa ascoltare?” – e con lo sguardo il re babilonese cercava i soldati. Ma Daniello continuava, incurante del resto.
“Oh, maledetto profanatore. Hai voluto decorare la tua dimora con gli arredi sacri del nostro luogo di culto, non portando rispetto a noi e a chi noi adoriamo. Ma il Dio d’Israello ti punirà per la tua insolenza, e questa notte stessa Babilonia sprofonderà tra le fiamme. E il tuo regno sarà spartito tra Medi e Persiani. E tu sarai gettato negli abissi della perdizione e della dannazione eterna!!”
“Prendete quell’uomo!” – ordinò Baldassare, con gli occhi iniettati di furore – “E tornatevene tutti da dove siete venuti…!
La reggia si svuotò rapidamente, tra l’angoscia e lo sbigottimento generale. Ma più di tutto dominò un silenzio che echeggiava paurosamente in un cielo fattosi sempre più plumbeo. Solo Zambri era vicino al suo re.“Chiamami i re Magi. Subito!”
“Sarà fatto immediatamente, mio signore!”.
Ma, camminando velocemente verso l’uscita, Zambri sentì dentro di sé un sussulto, come la percezione di un cristallo che si fosse incrinato. Voltò lo sguardo un’ultima volta, prima di uscire, e vide Baldassare seduto al lato della mastodontica mano e dell’enorme piede, resti della colossale statua del dio Marduk, che una volta ornava il centro della sala, fin quasi a toccare il soffitto.
La figura di Baldassare invece era minuscola, stagliata contro quelle possenti rovine. Egli aveva le mani sulla fronte ma si capiva che i suoi occhi erano fissi al cielo oltre la finestra, un cielo senza luce né astri.
Nel frattempo, dalla parete l’inquietante scritta era scomparsa.

******* STANZA-PRIGIONE DI AMIRA *******
“Non aver paura, regina, tutto si risolverà!”
“Lo credi davvero, mia Argene?”
“Vedrai che tuo marito, Ciro il Grande, troverà il modo di liberarsi e di venire a salvarci.”
“Fosse così, mia dolce e amata compagna dell’infanzia! Ma Zambri è appena venuto qui, poco fa, a comunicare di prepararmi per il sacrificio. Baldassare vuole offrire me, Ciro e Cambise agli dei per placare la loro ira. Così gli hanno suggerito i Magi”.
L’orrore prese forma sul volto di Argene. “No, mia regina, no…”
Le due donne si strinsero in un lungo abbraccio, avvolte dai sospiri e dall’impossibilità reciproca di proferir altra parola.

******* GRAN PIAZZA DI BABILONIA *******
Tutto oramai è pronto per il rito. La bocca della morte è stata allestita su un lato dell’enorme piazzale, sotto l’imponente gradinata dello ziqqurat imperiale: all’interno delle fauci della bocca arde un enorme fuoco, pronto a divorare tra le sue fiamme le vittime predestinate.
Baldassare è seduto in cima alla maestosa tribuna, sotto le gloriose insegne delle antiche città di Ur e Uruk, Nippur e Lagash e con in mano lo scettro di Nabucodonosor.
Sul palco Ciro, Amira e Cambise sono circondati dai soldati babilonesi. Nello sguardo di Ciro la rabbia si mescola alla compassione per la sorte che presto sarebbe toccata all’amata moglie e al piccolo figlio, l’erede al trono. La folla si è assiepata ai margini della grande piazza, in attesa fremente del gran momento dell’esecuzione. Viene il turno di Amira, accompagnata dai militari sulla soglia della grande bocca di fuoco.
Ma Baldassare è inquieto, più che mai. Nel giorno, nell’ora, nell’istante del suo trionfo altro tempesta il suo cuore in continua ricerca di requie: e la tempesta ha l’aspetto di Amira. Lei lo ha rifiutato ma lui l’ama perdutamente. No, non può sacrificarla.
No, non può rinunciare all’amore della sua vita. I lunghi capelli della donna ondeggiano al vento, coprendole la fronte, sotto un cielo carico di nuvole minacciose.
No, non può e non vuole. Lui, Baldassare, non avrebbe mai rinunciato alla sua passione, al costo estremo di rimetterci il regno e, se necessario, anche la vita.
Il re alza il braccio, fermando l’esecuzione sul momento decisivo. La folla reagisce con un boato di disapprovazione. I Magi incrociano lo sguardo del sovrano, intuendo la volontà del loro signore: nei loro sguardi si legge una dura riprovazione per quello che sarebbe successo, in seguito a quest’improvvisa decisione del monarca di Babilonia.
“Fermatevi, o soldati! Ho deciso di concedere la grazia alla regina. Consegnate, però, al fuoco eterno l’usurpatore Ciro e il suo empio figlio.”
Amira si gira di scatto verso Baldassare, cercando i suoi occhi. Nell’espressione dolorosa e disperata della donna si condensa, però, tutta la bellezza del suo viso e la dolcezza dei suoi lineamenti orientali. Baldassare si rende conto che se ne sta innamorando ora più che mai, nello stesso momento in cui lo sguardo silenzioso della donna pronuncia la sentenza di eterno odio nei suoi confronti. L’ama più che mai nell’attimo stesso in cui si rende conto che non l’avrebbe mai fatta sua.
E, mentre osserva ancora l’oggetto della sua perdizione, una freccia lo colpisce al cuore, troncandogli il respiro in gola. Si volta verso Zambri, ma il giovane principe non è più al suo fianco; poi si volta verso Ciro e lo vede con l’arco in mano e la catene sciolte. Solo allora realizza di essere stato abbandonato da tutti mentre in lontananza, lungo il solenne viale delle processioni, sente il rimbombo dell’esercito persiano che è entrato a Babilonia, superando le sacre arcate della porta di Ishtar. È allora che Baldassare vede i suoi soldati inermi, fatti prigionieri; è allora che si rende conto che si è realizzata l’unione cosmica tra terra e cielo, come insegnavano i sacerdoti dall’alto dei templi sulla parte sommitale dello ziqqurat. L’universo ha seguito le sue leggi inesorabili, richiedendo la sua morte per non aver rispettato il patto con gli dei: la cosmogonia mesopotamica ha sempre conosciuto le fila di quella storia, rendendo il suo amore perduto e non ricambiato per la bella Amira una tappa ineludibile per il rispetto dell’ordine naturale e cosmico del creato. E Baldassare ora lo comprende con inaspettata chiarezza, mentre ancora può sentire la forza dell’amore scorrergli impetuosa lungo le vene del corpo e mentre sta perdendo l’equilibrio, per cadere per sempre a terra, accecato dal suo stesso desiderio.
(Versione romantica dal libretto dell’omonima opera di G. Rossini)

lunedì 22 ottobre 2012

STORIE AL TELEFONO: LE FAVOLE DI GIANNI RODARI

Ripubblichiamo un'altra favola oggi: la storia di un uomo che voleva troppo, consumato dall'avidità e dalla brama di ricchezza.
Una storia dal valore universale e una metafora dei nostri tempi...


"Il re Mida"

Il re Mida era un grande spendaccione, tutte le sere dava feste e balli, fin che si trovò senza un centesimo.
Andò dal mago Apollo, gli raccontò i suoi guai e Apollo gli fece questo incantesimo:
-Tutto quello che le tue mani toccano deve diventare oro.
Il re Mida fece un salto per la contentezza e tornò di corsa alla sua automobile, ma non fece in tempo a toccare la maniglia della portiera che subito la macchina diventò tutta d'oro: ruote d'oro, vetri d'oro, motore d'oro. Era diventata d'oro anche la benzina, così la macchina non camminava più e bisognò far venire un carro coi buoi per trasportarla.
Appena a casa il re Mida andava in giro per le stanze a toccare più cose che poteva, tavoli, armadi, sedie, e tutto diventava d'oro.
A un certo punto ebbe sete, si fece portare un bicchiere d'acqua, ma il bicchiere diventò d'oro, l'acqua pure, e se volle bere dovette lasciarsi imboccare dal suo servo col cucchiaio.
Venne l'ora di andare a tavola. Toccava la forchetta e diventava d'oro e tutti gli invitati battevano le mani e dicevano:
- Maestà, toccatemi i bottoni della giacca, toccatemi questo ombrello.
Il re Mida li faceva contenti, ma quando prese il pane per mangiare anche quello diventò d'oro e se volle cavarsi l'appetito dovette farsi imboccare dalla regina.
Gli invitati si nascondevano sotto il tavolo a ridere e il re Mida si arrabbiò, ne acchiappò uno e gli fece diventare d'oro il naso, così non poteva più soffiarselo.
Venne l'ora di andare a dormire, ma il re Mida, senza volerlo, toccò il cuscino, toccò le lenzuola e il materasso, diventarono d'oro massiccio ed erano troppo duri per dormirci. Gli toccò di passare la notte seduto su una poltrona, con le braccia alzate per non toccare niente, e la mattina dopo era stanco morto.
Corse subito dal mago Apollo per farsi disfare l'incantesimo, e Apollo lo accontentò.
- Va bene, - gli disse, - ma sta' bene attento, perché per far passare l'incantesimo ci vogliono sette ore e sette minuti giusti, e in questo tempo tutto quello che toccherai diventerà cacca di mucca.
Il re Mida se ne andò tutto consolato, e stava bene attento all'orologio, per non toccare niente prima che fossero passati sette ore e sette minuti.
Purtroppo il suo orologio correva un po' più del necessario, e andava avanti un minuto ogni ora.
Quando ebbe contato sette ore e sette minuti il re Mida aprì la macchina e ci montò, e subito si trovò seduto in mezzo a un gran mucchio di cacca di mucca, perché mancavano ancora sette minuti alla fine dell'incantesimo.