mercoledì 25 ottobre 2017
mercoledì 16 novembre 2016
Idranet
Il mio articolo su Rocco Schiavone e la fiction rai.
http://www.idranet.it/2016/11/14/il-vicequestore-rocco-schiavone-dalle-pagine-di-manzini-alla-fiction-della-rai/
http://www.idranet.it/2016/11/14/il-vicequestore-rocco-schiavone-dalle-pagine-di-manzini-alla-fiction-della-rai/
sabato 12 novembre 2016
IL RITORNO DELLA LUCE
Dopo circa sei mesi, Facebook mi ha consentito l'accesso al mio profilo, Cortesieperilettori. Ma fino a qualche giorno fa il mio spazio era stato oscurato. Cosa ho dovuto fare? Inviare su una maschera di richiesta prestabilita una serie di miei documenti (che io almeno ho a mia volta "oscurato" nelle parti più strettamente sensibili) per riavere in cambio l'accesso. Tutto questo, per ragioni di sicurezza e di trasparenza.
"Solo le pagine possono avere nomi non direttamente collegati all'identità personale", così stava scritto più o meno sulla maschera che mi comunicava il divieto di accesso alle mie Cortesie.
Provo allora a chiedere le modalità di conversione del profilo in pagina ma non ricevo nessuna risposta. Il moloch facebook non voleva sentire ragioni. Nessuna forma di dialogo con il sottoscritto e solo l'accettazione dei documenti. Conditio sine qua non assoluta. E muta.
Tra l'altro un ulteriore requisito era la presenza (inizialmente non obbligatoria) di una mia foto. Va bene, accontentiamoli, inviamo anche questa. Tra l'altro l'immagine che ho pubblicato qui è la stessa del mio altro profilo personale (quello che IO VOGLIO legato alla mia identità anagrafica!), per cui a breve questa qui lascerà il posto a un'altra immagine senza la mia bella presenza. Mi oscureranno di nuovo?
Per quanto riguarda le ragioni della sicurezza, non ho nulla da obiettare, ci mancherebbe. Magari mi sarebbe piaciuta anche da parte del moloch un po' più di trasparenza (d'altronde le mie Cortesie ospitano miei commenti e interventi di natura letteraria e filosofica o qualche recensione, tutto "politically correct", niente di più...). Avrei potuto anche lasciare perdere, onestamente. Ma mi scocciava perdere tutto quello che avevo scritto in questi anni, i miei interventi, le mie analisi, visto che quello che scrivo è sempre abbastanza curato. Poi, a pensarci bene, è stata anche una questione di principio.
Di principio, sì. Perché considero comunque enorme e abnorme il potere di controllo (e di gestione, e di utilizzo, ecc.) che hanno queste piattaforme sui dati pubblicati da ogni utente. Per cui un intervento di chiusura e di divieto (da deus ex machina) di un profilo di un utente da parte di facebook dev'essere sì consentito ma almeno giustificato, senza dare adito a interpretazioni arbitrarie e consentendo possibilmente il recupero dei propri dati. Tanto più, poi, se fatto a posteriori. Ma non credo di essere stato l'unico ad essermi imbattuto in una problematica simile.
Alla fine, la foto che ho pubblicato con il sottoscritto vede anche la presenza della mia gattina, Vali. Un cammeo prestigioso.
L'intelligenza dei gatti è testimoniata dal loro comportamento. Aristocratico e indifferente. Attento e mai ingombrante.
Forse dovrei ispirarmi a lei per la mia "nuova" linea delle Cortesie.
Comunque al momento sono tornato visibile. La luce è tornata. (MC)
Dopo circa sei mesi, Facebook mi ha consentito l'accesso al mio profilo, Cortesieperilettori. Ma fino a qualche giorno fa il mio spazio era stato oscurato. Cosa ho dovuto fare? Inviare su una maschera di richiesta prestabilita una serie di miei documenti (che io almeno ho a mia volta "oscurato" nelle parti più strettamente sensibili) per riavere in cambio l'accesso. Tutto questo, per ragioni di sicurezza e di trasparenza.
"Solo le pagine possono avere nomi non direttamente collegati all'identità personale", così stava scritto più o meno sulla maschera che mi comunicava il divieto di accesso alle mie Cortesie.
Provo allora a chiedere le modalità di conversione del profilo in pagina ma non ricevo nessuna risposta. Il moloch facebook non voleva sentire ragioni. Nessuna forma di dialogo con il sottoscritto e solo l'accettazione dei documenti. Conditio sine qua non assoluta. E muta.
Tra l'altro un ulteriore requisito era la presenza (inizialmente non obbligatoria) di una mia foto. Va bene, accontentiamoli, inviamo anche questa. Tra l'altro l'immagine che ho pubblicato qui è la stessa del mio altro profilo personale (quello che IO VOGLIO legato alla mia identità anagrafica!), per cui a breve questa qui lascerà il posto a un'altra immagine senza la mia bella presenza. Mi oscureranno di nuovo?
Per quanto riguarda le ragioni della sicurezza, non ho nulla da obiettare, ci mancherebbe. Magari mi sarebbe piaciuta anche da parte del moloch un po' più di trasparenza (d'altronde le mie Cortesie ospitano miei commenti e interventi di natura letteraria e filosofica o qualche recensione, tutto "politically correct", niente di più...). Avrei potuto anche lasciare perdere, onestamente. Ma mi scocciava perdere tutto quello che avevo scritto in questi anni, i miei interventi, le mie analisi, visto che quello che scrivo è sempre abbastanza curato. Poi, a pensarci bene, è stata anche una questione di principio.
Di principio, sì. Perché considero comunque enorme e abnorme il potere di controllo (e di gestione, e di utilizzo, ecc.) che hanno queste piattaforme sui dati pubblicati da ogni utente. Per cui un intervento di chiusura e di divieto (da deus ex machina) di un profilo di un utente da parte di facebook dev'essere sì consentito ma almeno giustificato, senza dare adito a interpretazioni arbitrarie e consentendo possibilmente il recupero dei propri dati. Tanto più, poi, se fatto a posteriori. Ma non credo di essere stato l'unico ad essermi imbattuto in una problematica simile.
Alla fine, la foto che ho pubblicato con il sottoscritto vede anche la presenza della mia gattina, Vali. Un cammeo prestigioso.
L'intelligenza dei gatti è testimoniata dal loro comportamento. Aristocratico e indifferente. Attento e mai ingombrante.
Forse dovrei ispirarmi a lei per la mia "nuova" linea delle Cortesie.
Comunque al momento sono tornato visibile. La luce è tornata. (MC)
https://www.facebook.com/cortesieperilettori.periodicoonline
domenica 7 febbraio 2016
Pubblico una lettera-recensione di Michele Baraldi al mio saggio su Leopardi.
Approfitto dell'occasione per ringraziarlo nuovamente.
(https://www.facebook.com/cortesieperilettori.periodicoonline)
"Caro Michele,
Ho letto con grande interesse il suo libro Leopardi e l’angoscia
e le rivolgo nuovamente i miei più sinceri complimenti
per il suo lavoro, che rivela notevoli conoscenze poetiche, filosofiche,
letterarie, comparatistiche e perfino scientifiche. Si tratta di un'opera
- o, meglio, dell’inizio di un’opera - davvero importante: le auguro di approfondire
le sue riflessioni sull’angoscia, soprattutto nel romanticismo europeo; occorre
urgentemente superare, come lei fa, le barriere della letteratura nazionale
e pensarla sempre in un contesto più vasto e più profondo, sia diacronicamente,
sia nella contemporaneità delle opere e degli autori - ed elaborare una vera e propria
filosofia dell’angoscia poetica, un pensiero che potrebbe gettare una luce inedita
e rivelatrice sulla creazione e la conoscenza. E dall’attenta lettura del suo bel libro
su Leopardi - mi perdoni se questa non è una recensione, ma è una lettera, testimonianza
forse meno convenzionale, ma oggi non meno rara -, mi appare evidente che lei possa
esprimere a questo proposito importanti risultati interdisciplinari.
Leopardi accompagna costantemente la nostra meditazione sull’essere e sul nulla
e nutre del suo pensiero e del suo canto tutta la nostra lettura degli Antichi, greci
e latini, e dei moderni fino a Dante, Petrarca e alla Crestomazia italiana.
Scrisse bene Gianfranco Contini che in Leopardi Dante e Petrarca si trovano
per la prima volta davvero congiunti. Ma la cosa davvero stupefacente è che la meditazione
di Leopardi sull’angoscia, da lei così bene evocata e originalmente, direi quasi originariamente
pensata, si riannoda a tutta la grande poesia e filosofia europea degli ultimi due secoli,
a cominciare da Schopenhauer e Kierkegaard e fino a Nietzsche, Michelstaedter, Heidegger,
Sartre e oltre… E vedo bene che manca, nella società edonista, iperconsumista, esibizionista
e ultranarcisista in cui volenti o nolenti ci ritroviamo a sopravvivere, un vero
filosofo dell’angoscia, anzi manca un grande filosofo tout court.
Nella tradizione poetica europea, sono incontournables, in questo e altri sensi, tra mille altri,
Gérard de Nerval, Kleist e Novalis, J. W. Goethe, W. Wordsworth, P. B. Shelley, Charles Baudelaire
e Stéphane Mallarmé, che ha meditato a fondo – quasi senza esprimerlo in opere evidenti,
se non il celebre Coup des dès e Igitur – il rapporto fondamentale dell’esistenza umana,
e con essa della poesia che la esprime, con il néant.
Ricordo personalmente le ultime lezioni di Yves Bonnefoy al Collège de France, dove uno tra gli ultimi
eredi di questa tradizione parlava proprio del rapporto del poeta al néant come del gesto al tempo stesso
conclusivo e fondatore della sua poesia.
Insisto molto sulla questione europea, benché l’Oriente, fin dai tempi più antichi, abbia meditato tutto questo ben oltre
i limiti dell’umano pensiero: nei Veda, nelle Upanishad, nel Mahabharata, quindi in tutti i canoni buddhisti fino all'immenso
Rabindranath Tagore. A questo proposito, mi permetto di consigliarle quello che considero il più giusto
libro mai scritto sulla poesia: lo Dhvanyâloka di Anandavardhana, pubblicato qualche anno fa da Einaudi per le brave
cure di Vincenzina Mazzarino, un’allieva del magnifico Raniero Gnoli. E qui dico solo dell’India, mia terza (e più
segretamente prima) madre patria, ma altri orienti vi sono e altri orizzonti in cui il rapporto tra poesia e angoscia
è stato esplorato a fondo. Molto interessante nel suo libro è il riferimento al tardivo Qohèleth: Leopardi conosceva
infatti l’ebraico e poteva leggere nella lingua originale i Salmi e altri testi, su cui ha lasciato note illuminanti. E
siamo alle fonti della poesia filosofica che arriverà fino a lui e andrà oltre fino a Rilke, Char, Artaud e Paul Celan.
Gli Antichi non sapevano meno di noi la realtà del dolore, si vedano appunto l’Ecclesiaste, il Buddha, Zoroastro
e lo Zend Avesta, ma anche i Greci che noi chiamiamo Omero, e ancora Virgilio e Ovidio, Agostino…
Non vi è stato aumento, ma semmai diminuzione di consapevolezza della condizione essenzialmente tragica
e dolorosa dell’umano su questa terra, e questo malgrado l’obiettivo aggravarsi delle nostre condizioni dopo
Auschwitz e Hiroshima e pur nella prospettiva delle immani tragedie che ci attendono.
Il pessimismo cosmico di Leopardi era già perfettamente inscritto nell’esperienza buddhista (agli antipodi di ciò
che comunemente noi crediamo che sia) o greca e appunto tragica del mondo. Era già, questo pessimismo,
assolutamente e pienamente filosofico nelle Upanishad. Schopenhauer lo comprese perfettamente.
Distinguere l’Europa e gli Orienti che la illuminano significa allora poter arricchire
e illimpidire reciprocamente i termini del discorso e della ricerca,
evitando confusioni tanto frequenti in quest’epoca esposta alle più facili semplificazioni.
E’ bella l’idea di associare il concetto dell’angoscia (Kierkegaard ritorna, inesorabilmente) alla nave in burrasca
(ma forse ritorna anche il magistrale H. Melville di Moby Dick) e, dunque, al naufragio: con il naufragio
- un’esperienza e un’idea che io stesso, pardon, sto sviluppando in tutto il mio lavoro - arriviamo nuovamente
al cuore della poesia moderna. Tutto il Coup des dès di Mallarmé – un testo fondamentale, cui vorrei un giorno
dedicare un intero seminario – ruota intorno al naufragio e il naufragio inteso non come esito fatale, ma come
condizione originaria della creazione. L’uomo – e quell’uomo fragile, ipersensibile ed essenziale che è il poeta,
meglio il poeta-veggente ch’era nei Veda e si ritrova in Rimbaud – crea perché sprofonda, naufraga,
vede il suo mondo e in verità il mondo intero crollare intorno a sé, davanti a sé, dentro di sé.
L’esperienza dell’angoscia mi sembra, ed è forse questo il dato geniale della sua tesi, il fondamento di ogni
vera poesia: e non vi vedremo più, d’ora in poi, una limitazione dell’essere, o una semplice angoscia
del soggetto davanti ai suoi propri limiti, quanto un suo abissale e visionario approfondimento: l’esperienza
autentica dell’angoscia – attraverso il dolore, la conoscenza, dirà Eschilo – costituisce il decisivo e irrinunciabile
fondamento di una testimonianza non mentita della nostra condizione, dell’umano e dell’essere, una condizione
non sempre e necessariamente infelice, del resto, perché (io) penso che lei sia stato felice, almeno in alcuni istanti,
con la gentile signora cui dedica il suo libro, come io lo sono stato con la compagna della mia vita e Attilio
Bertolucci, caro amico e maestro, con la sua indimenticabile Ninetta… Mi chiedo, se mi permette di concludere
questa lettera con una nota quasi umoristica – e l’umorismo andrebbe integrato in una filosofia dell’angoscia
poetica, per ragioni che qui non possiamo troppo rapidamente esprimere, ma certo in Leopardi, e soprattutto
nelle Operette morali, l’umorismo si trova quasi ovunque – che cosa sarebbe accaduto del pessimismo
leopardiano se Fanny Targioni Tozzetti avesse ricambiato le maldestre avances del povero Giacomo… Sarebbe
forse diventato ancora più grande? Oppure Giacomo, scoprendo l’inaudita e scandalosa possibilità di essere,
almeno per un istante, felici, avrebbe dovuto inscrivere, nel suo Inferno, qualche scintilla di Paradiso?
Inoltre, l’enorme questione dell’angoscia non riguarda solamente gli umani: non credo affatto che gli animali
siano estranei all’angoscia; credo anzi che la maggior parte degli animali viva nell’angoscia – e, soprattutto,
quel miliardo di animali destinati ogni giorno alla morte e che vedono i loro compagni morire davanti a loro.
J. Derrida, di cui ho avuto l’onore di ascoltare i corsi all’Ehess per dodici anni, ha dedicato interessanti
considerazioni all’argomento e non ha esitato a comparer l’incomparable, vale a dire lo sterminio degli animali
allo sterminio degli esseri umani. A proposito di filosofia contemporanea, mi permetto di consigliare
le pagine illuminanti sul « ni-ente » scritte da Massimo Cacciari nel suo trattato Dell’inizio, in dialogo
più o meno dissimulato con l’Emanuele Severino di Destino della necessità e altri libri.
e le rivolgo nuovamente i miei più sinceri complimenti
per il suo lavoro, che rivela notevoli conoscenze poetiche, filosofiche,
letterarie, comparatistiche e perfino scientifiche. Si tratta di un'opera
- o, meglio, dell’inizio di un’opera - davvero importante: le auguro di approfondire
le sue riflessioni sull’angoscia, soprattutto nel romanticismo europeo; occorre
urgentemente superare, come lei fa, le barriere della letteratura nazionale
e pensarla sempre in un contesto più vasto e più profondo, sia diacronicamente,
sia nella contemporaneità delle opere e degli autori - ed elaborare una vera e propria
filosofia dell’angoscia poetica, un pensiero che potrebbe gettare una luce inedita
e rivelatrice sulla creazione e la conoscenza. E dall’attenta lettura del suo bel libro
su Leopardi - mi perdoni se questa non è una recensione, ma è una lettera, testimonianza
forse meno convenzionale, ma oggi non meno rara -, mi appare evidente che lei possa
esprimere a questo proposito importanti risultati interdisciplinari.
Leopardi accompagna costantemente la nostra meditazione sull’essere e sul nulla
e nutre del suo pensiero e del suo canto tutta la nostra lettura degli Antichi, greci
e latini, e dei moderni fino a Dante, Petrarca e alla Crestomazia italiana.
Scrisse bene Gianfranco Contini che in Leopardi Dante e Petrarca si trovano
per la prima volta davvero congiunti. Ma la cosa davvero stupefacente è che la meditazione
di Leopardi sull’angoscia, da lei così bene evocata e originalmente, direi quasi originariamente
pensata, si riannoda a tutta la grande poesia e filosofia europea degli ultimi due secoli,
a cominciare da Schopenhauer e Kierkegaard e fino a Nietzsche, Michelstaedter, Heidegger,
Sartre e oltre… E vedo bene che manca, nella società edonista, iperconsumista, esibizionista
e ultranarcisista in cui volenti o nolenti ci ritroviamo a sopravvivere, un vero
filosofo dell’angoscia, anzi manca un grande filosofo tout court.
Nella tradizione poetica europea, sono incontournables, in questo e altri sensi, tra mille altri,
Gérard de Nerval, Kleist e Novalis, J. W. Goethe, W. Wordsworth, P. B. Shelley, Charles Baudelaire
e Stéphane Mallarmé, che ha meditato a fondo – quasi senza esprimerlo in opere evidenti,
se non il celebre Coup des dès e Igitur – il rapporto fondamentale dell’esistenza umana,
e con essa della poesia che la esprime, con il néant.
Ricordo personalmente le ultime lezioni di Yves Bonnefoy al Collège de France, dove uno tra gli ultimi
eredi di questa tradizione parlava proprio del rapporto del poeta al néant come del gesto al tempo stesso
conclusivo e fondatore della sua poesia.
Insisto molto sulla questione europea, benché l’Oriente, fin dai tempi più antichi, abbia meditato tutto questo ben oltre
i limiti dell’umano pensiero: nei Veda, nelle Upanishad, nel Mahabharata, quindi in tutti i canoni buddhisti fino all'immenso
Rabindranath Tagore. A questo proposito, mi permetto di consigliarle quello che considero il più giusto
libro mai scritto sulla poesia: lo Dhvanyâloka di Anandavardhana, pubblicato qualche anno fa da Einaudi per le brave
cure di Vincenzina Mazzarino, un’allieva del magnifico Raniero Gnoli. E qui dico solo dell’India, mia terza (e più
segretamente prima) madre patria, ma altri orienti vi sono e altri orizzonti in cui il rapporto tra poesia e angoscia
è stato esplorato a fondo. Molto interessante nel suo libro è il riferimento al tardivo Qohèleth: Leopardi conosceva
infatti l’ebraico e poteva leggere nella lingua originale i Salmi e altri testi, su cui ha lasciato note illuminanti. E
siamo alle fonti della poesia filosofica che arriverà fino a lui e andrà oltre fino a Rilke, Char, Artaud e Paul Celan.
Gli Antichi non sapevano meno di noi la realtà del dolore, si vedano appunto l’Ecclesiaste, il Buddha, Zoroastro
e lo Zend Avesta, ma anche i Greci che noi chiamiamo Omero, e ancora Virgilio e Ovidio, Agostino…
Non vi è stato aumento, ma semmai diminuzione di consapevolezza della condizione essenzialmente tragica
e dolorosa dell’umano su questa terra, e questo malgrado l’obiettivo aggravarsi delle nostre condizioni dopo
Auschwitz e Hiroshima e pur nella prospettiva delle immani tragedie che ci attendono.
Il pessimismo cosmico di Leopardi era già perfettamente inscritto nell’esperienza buddhista (agli antipodi di ciò
che comunemente noi crediamo che sia) o greca e appunto tragica del mondo. Era già, questo pessimismo,
assolutamente e pienamente filosofico nelle Upanishad. Schopenhauer lo comprese perfettamente.
Distinguere l’Europa e gli Orienti che la illuminano significa allora poter arricchire
e illimpidire reciprocamente i termini del discorso e della ricerca,
evitando confusioni tanto frequenti in quest’epoca esposta alle più facili semplificazioni.
E’ bella l’idea di associare il concetto dell’angoscia (Kierkegaard ritorna, inesorabilmente) alla nave in burrasca
(ma forse ritorna anche il magistrale H. Melville di Moby Dick) e, dunque, al naufragio: con il naufragio
- un’esperienza e un’idea che io stesso, pardon, sto sviluppando in tutto il mio lavoro - arriviamo nuovamente
al cuore della poesia moderna. Tutto il Coup des dès di Mallarmé – un testo fondamentale, cui vorrei un giorno
dedicare un intero seminario – ruota intorno al naufragio e il naufragio inteso non come esito fatale, ma come
condizione originaria della creazione. L’uomo – e quell’uomo fragile, ipersensibile ed essenziale che è il poeta,
meglio il poeta-veggente ch’era nei Veda e si ritrova in Rimbaud – crea perché sprofonda, naufraga,
vede il suo mondo e in verità il mondo intero crollare intorno a sé, davanti a sé, dentro di sé.
L’esperienza dell’angoscia mi sembra, ed è forse questo il dato geniale della sua tesi, il fondamento di ogni
vera poesia: e non vi vedremo più, d’ora in poi, una limitazione dell’essere, o una semplice angoscia
del soggetto davanti ai suoi propri limiti, quanto un suo abissale e visionario approfondimento: l’esperienza
autentica dell’angoscia – attraverso il dolore, la conoscenza, dirà Eschilo – costituisce il decisivo e irrinunciabile
fondamento di una testimonianza non mentita della nostra condizione, dell’umano e dell’essere, una condizione
non sempre e necessariamente infelice, del resto, perché (io) penso che lei sia stato felice, almeno in alcuni istanti,
con la gentile signora cui dedica il suo libro, come io lo sono stato con la compagna della mia vita e Attilio
Bertolucci, caro amico e maestro, con la sua indimenticabile Ninetta… Mi chiedo, se mi permette di concludere
questa lettera con una nota quasi umoristica – e l’umorismo andrebbe integrato in una filosofia dell’angoscia
poetica, per ragioni che qui non possiamo troppo rapidamente esprimere, ma certo in Leopardi, e soprattutto
nelle Operette morali, l’umorismo si trova quasi ovunque – che cosa sarebbe accaduto del pessimismo
leopardiano se Fanny Targioni Tozzetti avesse ricambiato le maldestre avances del povero Giacomo… Sarebbe
forse diventato ancora più grande? Oppure Giacomo, scoprendo l’inaudita e scandalosa possibilità di essere,
almeno per un istante, felici, avrebbe dovuto inscrivere, nel suo Inferno, qualche scintilla di Paradiso?
Inoltre, l’enorme questione dell’angoscia non riguarda solamente gli umani: non credo affatto che gli animali
siano estranei all’angoscia; credo anzi che la maggior parte degli animali viva nell’angoscia – e, soprattutto,
quel miliardo di animali destinati ogni giorno alla morte e che vedono i loro compagni morire davanti a loro.
J. Derrida, di cui ho avuto l’onore di ascoltare i corsi all’Ehess per dodici anni, ha dedicato interessanti
considerazioni all’argomento e non ha esitato a comparer l’incomparable, vale a dire lo sterminio degli animali
allo sterminio degli esseri umani. A proposito di filosofia contemporanea, mi permetto di consigliare
le pagine illuminanti sul « ni-ente » scritte da Massimo Cacciari nel suo trattato Dell’inizio, in dialogo
più o meno dissimulato con l’Emanuele Severino di Destino della necessità e altri libri.
Ringraziandola, e molto vivamente, per l’invio del suo libro,
le auguro di proseguire con successo le sue fruttuose ricerche
e la prego di perdonare il ritardo con cui le invio queste parole.
Ho dovuto affrontare, insieme a importanti urgenze familiari,
la pubblicazione del mio Libro della memoria e dell’erranza,
la preparazione di un prossimo libro di poesia e un certo
numero di viaggi, tra i quali il viaggio in India (il mio sesto)
cui mi dispongo proprio ora, sulle tracce, appunto, del Buddha e di Tagore.
le auguro di proseguire con successo le sue fruttuose ricerche
e la prego di perdonare il ritardo con cui le invio queste parole.
Ho dovuto affrontare, insieme a importanti urgenze familiari,
la pubblicazione del mio Libro della memoria e dell’erranza,
la preparazione di un prossimo libro di poesia e un certo
numero di viaggi, tra i quali il viaggio in India (il mio sesto)
cui mi dispongo proprio ora, sulle tracce, appunto, del Buddha e di Tagore.
Cordialmente, suo
Michele Baraldi."
mercoledì 25 febbraio 2015
Il
giovane favoloso, recensione di Michele Canalini
Un
tuffo al cuore. Questo è l’effetto che suscita il film di Martone.
Toccante, commovente, conturbante. Perché Elio Germano si cala nel
ruolo del grande poeta della nostra tradizione letteraria, e lo fa
con un’intensità e un’immedesimazione che sconvolgono lo
spettatore.
Ci
appare in tal modo un Leopardi adolescente che traduce i versi di
Omero all’impronta, ascoltandone la lettura dalla voce rauca del
sacerdote chiamato dal padre Monaldo come precettore ufficiale della
famiglia. E mentre traduce, il giovane si contorce, s’avvita su
stesso come in preda a un spasmo irrefrenabile; e contemporaneamente
s’estasia di fronte alla bellezza di un verso, al suono di una
parola, al significato di un vocabolo che lui interpreta come
“ombelico”. L’ombelico dell’oceano e centro del mondo che
risucchia nei suoi gorghi l’esule Ulisse: e ombelico di sentimenti
e afflati dai quali è stato risucchiato lui stesso nei suoi sette
anni di “studio matto e disperatissimo”.
Elio
Germano sorprende, affascina, conturba appunto: il “suo” Giacomo
è un individuo ammorbato da un malessere fisico delimitante quasi al
cento per cento, che lo rende più simile a un bambino autistico che
a un letterato dell’ottocento. Leopardi si strugge, zoppica,
arranca, cammina a stento, s’aggrappa agli astanti per non
naufragare nel vortice della propria disperazione assoluta, e respira
affannosamente come se il suo fosse sempre l’ultimo respiro del
naufrago, prima di essere travolto dalle onde.
Eppure,
nonostante tutto ciò, Leopardi sopravvive, continua a resistere
tenacemente; e continua a lasciare la sua testimonianza lucida e
irripetibile, dell’uomo che è innamorato (una sequenza lo ritrae
solitario, nel cuore della casa di notte, a recitare alla luna i
versi de “La sera del dì di festa”, forse pensando a Silvia che
abita dall’altra parte della piazza). E ci lascia anche la
testimonianza dell’uomo infelice che non si rassegna alle
presunzioni ottimistiche del suo secolo (memorabile nel film la
declamazione di sofferenza, con tanto di veemente battito del bastone
a terra, al cospetto di alcuni intellettuali napoletani durante una
vacua e interminabile conversazione al caffè); ci lascia la
testimonianza di un dolore che non piega il capo al destino avverso
né alla violenza della natura (altrettanto memorabile e suggestiva è
la scena dello spettacolo dell’eruzione del Vesuvio, naturale
epilogo dell’epifania per nulla metafisica della ginestra). A
conferma di ciò, Roberto Saviano ha scritto su “L’Espresso”
che Martone è stato in grado di mettere a nudo l’esperienza più
intima della “souffrance” leopardiana, facendo sì che
quest’ultima esulasse dalla contingente componente corporea per
divenire invece, più a fondo e universalmente, il fulcro di una
riflessione profonda e finalmente matura sul dolore. Il dolore del
poeta. Il dolore del genere umano.
Tutto
questo conferma l’impressione di fondo che emerge dalla visione
della pellicola. Non è stata la sofferenza la matrice essenziale
della gnoseologia leopardiana ma essa è stato solo uno strumento
essenziale, forse lo strumento per antonomasia, per una comprensione
realistica e disincantata del reale. Si rovescia ancora una volta
l’assunto carducciano: la grandezza del sentire leopardiano non
trova la sua ragion d’essere nelle infermità fisiche né lo trova
la sua concezione pessimistica dell’uomo: anzi, e Martone lo espone
chiaramente, solo il dolore vissuto come esperienza di testa e non di
corpo consente il tramite al raggiungimento di quei traguardi della
filosofia umana a cui gli esseri mediocri neanche possono aspirare.
Da questo punto di vista Leopardi è esclusivamente un eroe, nella
pura accezione romantica: e lo è in quanto superiore agli altri,
soprattutto da infermo. Tra le tante, c’è una scena straziante del
film che lo ricorda: Leopardi si lascia cadere a terra sul margine
dell’Arno, dopo la delusione amorosa nei confronti della nobildonna
Fanny Targioni Tozzetti. Il poeta è colpito per l’ennesima volta
dagli strali del destino ma questa sembra la volta fatale.
L’inquadratura si allarga, rimpicciolendo Germano affranto al
suolo, sull’erba della riva, e inquadrando nello sguardo d’assieme,
dall’alto, tutto quello che circonda il poeta: il fiume che scorre,
la vita degli altri cittadini ignari e indifferenti nella gaudente
Firenze degli anni Trenta del XIX secolo, il paesaggio naturale, la
vita delle altre creature e degli altri esseri. Leopardi microcosmo
pronto a implodere dentro di sé, all’interno di un macrocosmo che
non se ne cura e che probabilmente neanche prenderà consapevolezza
di tale implosione. Quasi a voler ricalcare le parole (e le fattezze)
del gigante Natura del celeberrimo dialogo delle Operette. Ma qui sta
la grandezza leopardiana: il poeta rinasce, non nel senso di una
palingenesi personale, ma nell’accezione di una tenacia di volontà
di chi sa che il suo dovere della testimonianza è più importante,
più forte e anche più bello dell’inesorabile violenza
meccanicistica della lava e di questo mondo più in generale. La
testimonianza di un Vero senza appelli e senza finzione, senza
mascheramenti ma solo con la lucida consapevolezza del proprio
essere. Così come fa il fiore della ginestra.
E
Martone accompagna quest’ultima fase con una poesia senza eguali:
Leopardi cammina per i vicoli della vecchia Napoli alla ricerca della
Vita, accompagnato dalle melodie di Rossini, altro “grande”
(marchigiano) dell’Ottocento. E, nel farlo, Martone filtra alcune
melodie dal vasto repertorio del cigno pesarese. Conosce bene
Rossini, Martone. Collabora spesso, egli, al Rossini Opera Festival,
curando l’allestimento delle opere (tra i ringraziamenti nei titoli
di coda, appare anche il sovrintendente del Rof, Gianfranco
Mariotti). Il regista napoletano allora sceglie le Sonate a quattro e
gli accordi iniziali dell’ouverture del Guillaume Tell, dando
spazio assoluto ai suoni degli archi. Come a dire: la vita di
Leopardi è diventata un’avventura e solo una musica incalzante può
seguirne le imprese degne di tale fama. E l’effetto è davvero
struggente, mozzafiato. Così come lo è, e non ci stanchiamo di
ripeterlo, l’interpretazione di Elio Germano che porta sulla scena
ciò che scenicamente non avrebbe avuto senso di essere
rappresentato. Come non abbiano fatto ad accorgersi a Venezia,
all’ultima Mostra, sorprende davvero. O, a pensarci bene, forse non
sorprende affatto.
In
un recente articolo per Repubblica, Martone ha dichiarato di volersi
dedicare forse un domani anche alla vita dei genitori di Giacomo,
l’algida Donna Adelaide e il geloso ma autoritario Monaldo: forse
lo ha detto sulla scia dell’entusiasmo per il film, oppure
continuando quel percorso che aveva trovato una prima tappa nella
messa in scena a teatro delle Operette Morali. Fatto sta che Il
giovane favoloso si presenta come opera di fronte alla quale,
contrariamente alla freddezza di certi personificazioni leopardiane,
difficilmente si riesce a restare insensibili; e all’uscita dalla
sala si prova quella sensazione, quel languore, quel canto che
“lontanando morire a poco a poco, già similmente” ci “stringeva
il core”.
giovedì 27 febbraio 2014
CINEMA CORTESIE: "Belle e Sébastien"
GIUDIZIO: ****/5
La storia di Belle e Sébastien è una di quelle vicende che restano impresse nel cuore dello spettatore, perché chiama in gioco valori universali quali l’amicizia, la solidarietà, la lotta alle difficoltà della vita.
GIUDIZIO: ****/5
La storia di Belle e Sébastien è una di quelle vicende che restano impresse nel cuore dello spettatore, perché chiama in gioco valori universali quali l’amicizia, la solidarietà, la lotta alle difficoltà della vita.
Proprio una di quelle storie che superano
le discriminazioni tra gli uomini, le differenze tra diverse culture e
anche i confini tra le varie comunità: e l’opera firmata da Nicholas
Vanier, in questi giorni nelle sale italiane, lo fa anche de facto
perché la storia travalica anche le magnifiche e desolate vette delle
catene alpine, all’interno di un paesaggio che regala squarci mozzafiato
e visioni bucoliche di una natura incontaminata, per lanciare un
messaggio di indubbia connotazione positiva. Ma noi crediamo che non sia
questo il momento di ricordare la trama: l’amicizia tra il piccolo
Sébastien e il bellissimo pastore dei Pirenei di nome Belle è una di
quelle favole già presenti nell’immaginario francese ed europeo, e
senz’altro anche oltre; una favola radicata a partire da metà degli anni
sessanta, grazie alla fantasia e alla voglia narrativa di Cécile Aubry e
poi alle molteplici trasposizioni realizzate anche oltralpe, tra le
quali noi non possiamo che richiamare alla memoria il cartone italiano
degli anni ottanta.
Anche questa pellicola, pur con alcuni necessari cambi di sceneggiatura, resta fedele al marchio originale nei suoi tratti essenziali: ritroviamo sempre il piccolo Sébastien, trovatello preso in cura da un vecchio abitante di montagna, e poi c’è l’arrivo di un grosso cane (per l’esattezza, una cagna, maestosa nel suo folto pelo bianco) che si affeziona subito al piccolo, divenendone compagno inseparabile; e poi il contesto storico degli anni della Seconda guerra mondiale, la presenza dei soldati tedeschi, e altro ancora.
Ma quello che vogliamo sottolineare di questa pellicola è un altro aspetto. Fatte le doverose premesse che si tratta di un film riuscitissimo e davvero gradevole alla visione, quello che sorprende e che lascia margini di riflessione, oggi, nel nostro terzo millennio, è tutta una serie di spunti che esulano la semplice componente favolistica o valoriale, a cui abbiamo accennato in precedenza. Il film mette cioè in scena un rapporto tra uomo e ambiente che oggi, ahimè, non esiste più. In Belle e Sébastien la natura non riveste soltanto il ruolo di sfondo di straordinario fascino iconografico: la natura di queste vette mozzafiato e di questi sterminati altopiani alpini invece si presenta come il piatto di un bilancia che oggi non è più in pari. Ci spieghiamo meglio. All’interno del film, gli elementi naturali si presentano in perfetto equilibrio tra bene e male, tra solare e oscuro, tra bontà e crudeltà: ci sono, sì, Belle e gli altri animali in pace tra loro (cervi, camosci, daini, ma anche cinghiali in fuga, stormi di uccelli in migrazione, famiglie di tassi che si richiamano affettuosamente l’un l’altro) ma anche lupi affamati che uccidono le pecore, animali che si feriscono gravemente, uccelli notturni che volteggiano sulle cime con i loro lamenti sinistri; e ancora abbiamo burrasche, nevicate senza tregua, gelo, ghiacciai invalicabili, crepacci insidiosi. Come a dire, la natura non è solo un’immagine serena e radiosa di un panorama da gustare dall’alto di un’arrampicata, ma essa è anche morte, prede sgozzate, sangue di animali dilaniati dagli artigli di altri predatori o inesorabile confronto con un clima ingeneroso e non sempre accogliente. Eppure il tutto viene mostrato in una forma di equilibrio che ha sempre caratterizzato la storia del nostro pianeta, il male che si contrappone al bene, la pioggia al sole, la preda al cacciatore, tutti come elementi imprescindibili di un rapporto consolidato o, meglio ancora, di un ciclo di nascita e morte, di produzione e distruzione che ha sempre retto le sorti di questo mondo.
Ma questo rapporto sembra oggi definitivamente incrinato. Guardando Belle e Sébastien ti rendi conto che le immagini non fanno che confermare quest’interpretazione; e anche le figure degli uomini, pur nelle loro irriducibili violenze e nelle loro forme di noncuranza e spregio per l’ambiente circostante, erano una volta parte integrante di questo equilibrio vitale, di questa armonia degli opposti, di questo bilanciamento tra forze avverse.
Oggi si può dire lo stesso? Può aver ancora senso questa concordanza nel nostro duemila e oltre? Questa è la domanda che lascia Belle e Sébastien allo spettatore dei nostri tempi. Tanto più questa riflessione nasce sua sponte, a fronte dei disastri e delle sciagure ambientali che sempre più infittiscono le pagine della nostra cronaca quotidiana. Se l’uomo non è stato più in grado di rispettare i propri limiti, travalicando le proprie sfere di appartenenza e di competenza nel bilanciamento delle energie con gli altri “partner” sul suolo del pianeta, come avrebbe potuto reagire la natura, se non in queste dirompenti manifestazioni di violenza, di furia devastatrice e di sfacelo che sono sotto gli occhi di tutti? Ecco il motivo per cui, tanto più si apprezza un film come Belle e Sébastien, quanto più lo si confronta con l’attualità: e, se ci pensiamo, la vicenda è collocata solo settant’anni fa circa, quando già c’erano i primi chiari accenni di questo squilibrio incipiente. Fatto sta, comunque, che la pellicola resta godibilissima, al di là di una certa retorica di fondo che, tuttavia, all’interno della storia non diventa mai ridondante. È un film per piccoli ma anche per adulti: grandi e piccini assieme a contemplare la vita bellissima di animali nel loro habitat (alcune scene sono davvero suggestive, degne di un documentario di grande pregio scientifico), di montagne che si allungano infinite in un orizzonte etereo e, infine, le vicissitudini di quei minuscoli esseri impegnati a combattersi e a odiarsi, ma anche ad aiutarsi e ad amarsi. Solo che quei minuscoli esseri hanno prevaricato il proprio ruolo, in questo quadro d’insieme. E ciò è quel retrogusto di amaro che ti resta all’uscita dalla sala cinematografica. Difficile farlo andare giù. (Michele Canalini)
Anche questa pellicola, pur con alcuni necessari cambi di sceneggiatura, resta fedele al marchio originale nei suoi tratti essenziali: ritroviamo sempre il piccolo Sébastien, trovatello preso in cura da un vecchio abitante di montagna, e poi c’è l’arrivo di un grosso cane (per l’esattezza, una cagna, maestosa nel suo folto pelo bianco) che si affeziona subito al piccolo, divenendone compagno inseparabile; e poi il contesto storico degli anni della Seconda guerra mondiale, la presenza dei soldati tedeschi, e altro ancora.
Ma quello che vogliamo sottolineare di questa pellicola è un altro aspetto. Fatte le doverose premesse che si tratta di un film riuscitissimo e davvero gradevole alla visione, quello che sorprende e che lascia margini di riflessione, oggi, nel nostro terzo millennio, è tutta una serie di spunti che esulano la semplice componente favolistica o valoriale, a cui abbiamo accennato in precedenza. Il film mette cioè in scena un rapporto tra uomo e ambiente che oggi, ahimè, non esiste più. In Belle e Sébastien la natura non riveste soltanto il ruolo di sfondo di straordinario fascino iconografico: la natura di queste vette mozzafiato e di questi sterminati altopiani alpini invece si presenta come il piatto di un bilancia che oggi non è più in pari. Ci spieghiamo meglio. All’interno del film, gli elementi naturali si presentano in perfetto equilibrio tra bene e male, tra solare e oscuro, tra bontà e crudeltà: ci sono, sì, Belle e gli altri animali in pace tra loro (cervi, camosci, daini, ma anche cinghiali in fuga, stormi di uccelli in migrazione, famiglie di tassi che si richiamano affettuosamente l’un l’altro) ma anche lupi affamati che uccidono le pecore, animali che si feriscono gravemente, uccelli notturni che volteggiano sulle cime con i loro lamenti sinistri; e ancora abbiamo burrasche, nevicate senza tregua, gelo, ghiacciai invalicabili, crepacci insidiosi. Come a dire, la natura non è solo un’immagine serena e radiosa di un panorama da gustare dall’alto di un’arrampicata, ma essa è anche morte, prede sgozzate, sangue di animali dilaniati dagli artigli di altri predatori o inesorabile confronto con un clima ingeneroso e non sempre accogliente. Eppure il tutto viene mostrato in una forma di equilibrio che ha sempre caratterizzato la storia del nostro pianeta, il male che si contrappone al bene, la pioggia al sole, la preda al cacciatore, tutti come elementi imprescindibili di un rapporto consolidato o, meglio ancora, di un ciclo di nascita e morte, di produzione e distruzione che ha sempre retto le sorti di questo mondo.
Ma questo rapporto sembra oggi definitivamente incrinato. Guardando Belle e Sébastien ti rendi conto che le immagini non fanno che confermare quest’interpretazione; e anche le figure degli uomini, pur nelle loro irriducibili violenze e nelle loro forme di noncuranza e spregio per l’ambiente circostante, erano una volta parte integrante di questo equilibrio vitale, di questa armonia degli opposti, di questo bilanciamento tra forze avverse.
Oggi si può dire lo stesso? Può aver ancora senso questa concordanza nel nostro duemila e oltre? Questa è la domanda che lascia Belle e Sébastien allo spettatore dei nostri tempi. Tanto più questa riflessione nasce sua sponte, a fronte dei disastri e delle sciagure ambientali che sempre più infittiscono le pagine della nostra cronaca quotidiana. Se l’uomo non è stato più in grado di rispettare i propri limiti, travalicando le proprie sfere di appartenenza e di competenza nel bilanciamento delle energie con gli altri “partner” sul suolo del pianeta, come avrebbe potuto reagire la natura, se non in queste dirompenti manifestazioni di violenza, di furia devastatrice e di sfacelo che sono sotto gli occhi di tutti? Ecco il motivo per cui, tanto più si apprezza un film come Belle e Sébastien, quanto più lo si confronta con l’attualità: e, se ci pensiamo, la vicenda è collocata solo settant’anni fa circa, quando già c’erano i primi chiari accenni di questo squilibrio incipiente. Fatto sta, comunque, che la pellicola resta godibilissima, al di là di una certa retorica di fondo che, tuttavia, all’interno della storia non diventa mai ridondante. È un film per piccoli ma anche per adulti: grandi e piccini assieme a contemplare la vita bellissima di animali nel loro habitat (alcune scene sono davvero suggestive, degne di un documentario di grande pregio scientifico), di montagne che si allungano infinite in un orizzonte etereo e, infine, le vicissitudini di quei minuscoli esseri impegnati a combattersi e a odiarsi, ma anche ad aiutarsi e ad amarsi. Solo che quei minuscoli esseri hanno prevaricato il proprio ruolo, in questo quadro d’insieme. E ciò è quel retrogusto di amaro che ti resta all’uscita dalla sala cinematografica. Difficile farlo andare giù. (Michele Canalini)
mercoledì 12 febbraio 2014
ECCO UN NUOVO RACCONTO ROSSINIANO: Il viaggio a Reims

Madama Cortese aveva radunato
tutti gli ospiti nei locali de “Il Giglio d’oro”, a Plombières. Non era quello
il loro primo incontro ma era necessario rivedersi tutti assieme, prima di
scendere a Reims per la nomina del Gran Sommelier. E Madama Cortese voleva dare
le ultime disposizioni sul caso. Accanto a lui c’era don Prudenzio, il dottore,
sempre solerte nella distribuzione delle dosi.
“Veloci con le colazioni, c’è
poco tempo!” – aveva rimbrottato l’anziano medico, indicando i cucchiai.
“Ma i miei bagagli? Dove sono??”
– aveva esclamato con angoscia la Contessa di Folleville, una delle ospiti.
“Signora mia cara, prenderà altre
valigie… su, su, veloci!”.
“Eh, no! Io parto solo con i miei
bagagli perché lì ho tutti i miei abiti migliori! E anche il mio cappellino!”
“Contessa, la prego, non insista.
Abbiamo poco tempo…” – aveva ripreso più docilmente don Prudenzio.
La giovane aristocratica allora
esplose in un grido acutissimo che tagliò l’aria come un fendente celeste. “Iiihh…”.
“No, contessa, la prego! Darò
subito ordine di recuperare tutto, vedrà che partirà con i suoi abiti!” – era
subito accorsa Madama Cortese per cercare di contenere la reazione della donna.
“Io non parto se la contessa non
recupera subito il cappellino”. Era stato il turno, questa volta, del Barone di
Trombonok. La sua esclamazione era rimbombata per tutta la sala, rinforzata
dalla postura indispettita, a braccia conserte, assunta dall’ufficiale tedesco.
“Ecco, ci mancava solo questa.” –
replicò don Prudenzio, sollevando gli occhi al cielo.
“Ma no, Barone, stia tranquillo,
risolveremo presto tutto!” – s’era precipitata Madama Cortese, più per
consolare se stessa che gli altri. Ma non aveva fatto in tempo a pronunciare
tali parole, che la caduta inerme del corpo della contessa risuonò lungo le
assi della terrazza.
“Aahh!” – gridò Madama Cortese.
“Aaahhh!!” – gridò più isterico
don Profondo, appena sopraggiunto sulla scena.
“Sali di ammonio!” – gridò questa
volta don Prudenzio, non meno enfatico degli altri.
Giunsero anche don Alvaro e il
conte di Libenskof, entrambi a braccetto della marchesa di Melibea. Di cui entrambi
innamorati.
“È terribile!” – esordì il primo,
tirando dalla sua parte la dama, vedova ambita di un generale polacco.
“Vergognoso!” – ribatté il conte,
tirando a sua volta la damigella.
“Inaudito!” – rinforzò la
marchesa, liberandosi con uno strattone dagli artigli dei due famelici pretendenti.
Non s’era compreso se si riferisse allo svenimento della contessa o alla
stretta marcatura di cui era suo malgrado vittima.
“Cara…” – irruppe improvvisamente
Corinna, l’operatrice sanitaria, accosciandosi per rianimare l’ormai eterea
contessa di Folleville.
“Cara…” – le si era rivolto lord
Sidney, all’inseguimento di Corinna e anch’egli improvvisamente precipitato
sulla scena. Più probabile che la sua premura fosse rivolta a Corinna, di cui era
infatuato da tempo, che alla graziosa parigina, ormai da qualche minuto esanime
al suolo.
“Dia a me!” – fu il gesto energico
con cui don Prudenzio strappò di mano allo svampito lord il bel mazzo di rose
profumate con cui dava la caccia alla sfuggente Corinna, come un novello
apollo. Il medico pose le corolle sul viso della contessa, generando così un
lento quanto istrionico risveglio di sensi nella leggiadra aristocratica.
Ma ecco Zefirino, corriere del
Giglio, ansimante: “Non ci sono più posti per Reims!”
“No!” – “Aiuto!” – “Che
disgrazia” – “Non riusciremo mai a…” – “È finita!” – fu l’ultimo commento perentorio.
“Signori, amici, andremo allora a
Parigi, ospiti della mia taverna. E lì stapperemo una bottiglia del Sauvignon
di mio marito!”
“Evviva!” – fu il plauso
collettivo di approvazione. E grande festa si celebrò tra gli ospiti. E anche
don Prudenzio mise da parte lo scetticismo e alzò in su il calice.
Rigorosamente riempito ad aranciata, come prevedeva il regolamento della casa
di accoglienza degli alcolisti anonimi del Giglio d’Oro.
(Libera interpretazione e rifacimento del soggetto dell’omonima opera
rossiniana).
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